Continuare a pensare, fuori dal centro

Continuare a pensare, fuori dal centro

Paullo (Mi) 26  e 27 novembre 1999, Fuori dal Centro. Il CAG come dispositivo di autopromozione.

Senza titolo-1Sono passati vent’anni esatti dal nostro primo convegno: due giornate intense di confronto con tantissimi operatori, tecnici, formatori, che hanno riempito il salone del Centro Giovani di Paullo.

Si è trattato di un punto di svolta per tante ragioni. La fine dell’inizio della storia di Arti e Mestieri Sociali, al termine degli anni ’90, la fase aurorale della cooperazione sociale, dei servizi orientati a promuovere cittadinanza attiva, a praticare promozione innescando partecipazione e protagonismo.

Ma anche l’inizio della fine di un’altra storia.
“Fuori dal centro” era innanzitutto una constatazione geografica: eravamo decentrati territorialmente, ai confini dell’area metropolitana milanese, dove i Centri di Aggregazione Giovanile erano fioriti negli anni ’90 e dove noi, come Libera Compagnia, avevamo trasferito le energie e le competenze provenienti da anni di militanza e attivismo nell’ambito dell’apertura di spazi sociali autogestiti, incontrando l’animazione sociale e iniziando ad accostarci a qualche base pedagogica per i nostri progetti.  Si lavorava con ragazzi che crescevano  “fuori dal centro”,  in provincia e in periferia, dove le luci della ribalta arrivavano sbiadite e si raccoglieva la fame di relazioni, avventure, incontri e espressività che il setting esperienziale dei CAG provava ad intercettare e ingaggiare.

Ma “Fuori dal centro” era anche un invito, un suggerimento metodologico. Da una parte l’invito a non chiudersi tra le quattro mura colorate e protettive del centro, ma uscire, sul territorio, per animare i paesi e le comunità locali; dall’altra “fuori dal centro” era come anticipare un approdo, un movimento di congedo ed evocare l’apertura di possibilità, la necessità del distacco per inseguire quella mitica dilatazione degli orizzonti di cui avevamo letto sui libri di Bertolini. Per i ragazzi, ma forse anche per noi operatori, il Centro era un luogo da attraversare, da vivere intensamente per poi dedicarsi alla ricerca del proprio appuntamento con il mondo.

Con orgoglio e con un po’ di sfrontatezza avevamo invitato tutti a Paullo: istituzioni locali, comunali, provinciali e regionali, agenzie educative e sanitarie, operatori degli altri centri e poi il mondo dell’Università e della formazione degli educatori.

Molti di noi stavano ancora studiando o avevano da poco concluso l’Università, frequentando la scuola regionale per operatori sociali, oppure i corsi di laurea di Lettere e Filosofia, ed era importante poterci confrontare con docenti e ricercatori sul senso del nostro lavoro con gli adolescenti.

Io mi ero preso l’onere di invitare anche “Il prof”. Qualcuno mi aveva detto che di solito accettava l’invito degli ex allievi a seminari e convegni, ma io sapevo che il momento era complicato e che non sarebbe stato semplice fargli  lasciare per un’intera mattinata l’Università, la nuova facoltà di cui era preside.  Ormai la transizione dall’Università Statale alla Bicocca era definitivamente compiuta; l’istituto di Pedagogia nel cortile di Via Festa del Perdono era alle spalle e c’era la nuova facoltà di Scienze della Formazione da portare avanti.  Sapevo che era molto impegnato, perché stavo frequentando il primo Master in “Competenze cliniche nelle professioni formative” diretto e condotto proprio da Riccardo Massa e Angelo Franza e avevo avuto occasione di percepire tutto il carico di questa nuova impresa formativa.

Ricordo una mattina, forse di fine settembre, in quella Bicocca che ancora non si era del tutto apprestata a cambiare faccia, non ancora pronta ad accogliere la nuova popolazione universitaria, con i pochi bar aperti che ancora conservavano la memoria operaia del quartiere, ricordo di avere incontrato il prof per invitarlo a Paullo, al nostro convegno sui CAG. Mi aveva guardato esprimendo una dose non mascherata di scetticismo: “I Centri Giovani ? Ma non sono in crisi ? Mi ricordo, negli anni ’80, quanto ci abbiamo lavorato, ma poi…”. Avevo allora provato a sintetizzare la nostra proposta, la vivacità della provincia, prendendo le distanze dall’esperienza metropolitana a cui faceva riferimento, ma soprattutto gli avevo detto che non avevamo bisogno di interventi consolatori, ma di essere sollecitati e provocati, senza sconti. Forse era giusta l’imbeccata della forza dell’invito di un ex allievo, forse lo avevo convinto  e comunque alla fine si era segnato la data e l’indirizzo.

Così, tra la nebbia di un venerdì di fine novembre, a bordo di una panda bianca, con un leggero ritardo che ci aveva consentito di riempire il salone al primo piano del centro, ricordo l’arrivo del Prof, la stretta di mano calorosa e la domanda di rito “Poi mi dite di cosa devo parlare …”

Lo avevo rassicurato dicendo che gli avrei fatto qualche domanda, trovando il modo di passargli la cartellina del convegno con una traccia di intervista, mentre ormai la sala cominciava a richiedere l’inizio dei lavori, inevitabilmente slittato.

Se non sbaglio una prima domanda sono anche riuscito a porla, qualcosa che aveva a che fare con il tramonto dell’educazione e con la nostra ostinata ricerca di ritrovare una funzione educativa nel setting di un CAG, mentre poi era iniziata una comunicazione torrentizia, inarrestabile, che, a partire da un’implacabile analisi della crisi degli ambienti educativi ci avrebbe consegnato alcune piste per progettare e allestire esperienze sensate con gli adolescenti.

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Vent’anni dopo quel testo ci parla e ci interroga ancora e per questo motivo ci piace condividerlo qui.

Quella, forse, è stata una delle ultime uscite pubbliche del Prof, fuori da un’aula universitaria e quel testo è carico di tanti significati e di implicazioni affettive per chi lo ha conosciuto e lo ha avuto come maestro. E’ un testo che ci ha lasciato una strana forma di eredità, quell’eredità pedagogica che non si trasmette per consegna, ma per contagio.

E’ la promessa di preservare gli spazi e i tempi per continuare a pensare ed elaborare criticamente le nostre pratiche, di farci domande, sospendendo l’azione per riguardare a ciò che si è fatto, a come lo si è fatto, alla ricerca di qualcosa che stiamo dando per scontato, provando a resistere alla tentazione di chi dice che si fa così perché si è sempre fatto così e perché non si può fare altrimenti.

Continuare a pensare, come scrive M.Foucault nella prefazione della Nascita della clinica, testo fondamentale per questa storia:

Ciò che conta nei pensieri degli uomini non è tanto ciò che hanno pensato, ma è quel non-pensato che d’acchito li sistematizza, rendendoli per il resto del tempo, indefinitamente accessibili al linguaggio e aperti al compito di pensarli ancora.”

 “Tre piste per lavorare entro la crisi educativa”

Diventare grandi

“Come è diventata grande…!” riferendosi alla figlia della ex collega che non rivedeva da anni…”come sono diventate grandi…” guardando di sfuggita quelle sorelle accolte bambine in comunità e ora diventate giovani donne.

Potendo conteggiare le parole scambiate durante la festa l’aggettivo “grande” forse è stato il più pronunciato, combinando stupore e una quota di nostalgia per il tempo che passa.

Come siamo diventati grandi è anche l’impressione di fronte alla foto che ritrae i soci fondatori della cooperativa, con le pennellate di bianco sui capelli a ricordarci che sono davvero trascorsi 25 anni dalla firma di fronte ad un notaio in quei giorni di aprile del 1994, quando tutto attorno il mondo stava cambiando.

Grande è diventata questa Libera Compagnia che si è festeggiata chiamando a raccolta i soci e i lavoratori insieme a chi l’ha attraversata lasciando un segno, insieme alle persone che collaborano con noi, nei territori, per offrire servizi capaci di generare legami sociali.

Così grande che sabato era davvero impossibile abbracciare tutti in uno sguardo d’insieme, perché è stato un flusso ininterrotto di arrivi, di saluti, di incontri, di emozioni, respirando diffusamente un’ aria di famiglia, soprattutto guardando i volti di tante persone che hanno lavorato insieme e che per un attimo hanno ricomposto l’equipe con la quale hanno trascorso esperienze indimenticabili.

Come siamo diventati grandi: i numeri lo dicono da un po’ di tempo, ma forse ci voleva un’immagine plastica per rendere davvero l’idea delle dimensioni e della portata.

Diventare grandi per una cooperativa, lo sappiamo, è tanto una risorsa quanto un problema. E’ una risorsa perché ci rende solidi nell’affrontare le criticità del presente, per reggere gli urti e rilanciare in termini di possibile innovazione dei servizi.

E’ un problema perché cooperazione significa anche partecipazione d’impresa e farlo in pochi è un conto, praticarlo in tanti è ovviamente tutta un’altra storia.

Ci voleva allora un momento come questo, forse un rito di passaggio, a ricordarci le origini, a metterci in contatto con le radici di questa esperienza, per darci anche il senso di ciò che siamo diventati, attraversando con la leggerezza di una festa tutta la memoria di futuro condensata nei sorrisi di stupore di chi è solo all’inizio di questa storia.

Un momento di passaggio che mi fatto tornare alla mente le parole che si intrecciano in un dialogo tra John Berger e Arundathi Roy e che avrei voluto consegnare ad ogni persona che ha varcato la soglia dell’Abbazia di Mirasole di questo sabato d’aprile.

“Pensiamo che valga  la pena di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti. Che cosa significa esattamente ? Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda. Cercare la gioia nei luoghi più tristi, inseguire la bellezza là dove si nasconde. Non semplificare mai ciò che è complicato e non complicare ciò che è semplice. Rispettare la forza, mai il potere. Soprattutto osservare. Sforzarsi di capire. Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare” (A.Roy, J.Berger)

A.M.

Scegliere

Sono passati 10 anni, forse più, dal mio primo colloquio di lavoro, un semi vuoto cv alla mano, tanta speranza e quella voglia immensa di cambiare il mondo, o di salvarlo, chissà!
Poco più di vent’ anni, fresca come una rosa, in punta di piedi dando del “lei” a chi avevo davanti, forse nemmeno troppo consapevole di quello che stavo andando a fare: il Servizio Civile in una comunità tutelare, che grande impresa!
Catapultata in una realtà che non avrei mai potuto immaginare, oscillando tra il “ma chi me l’ha fatto fare?!” e il “lavoro più figo del mondo!”
Ad oggi la parola che più mi risuona se penso al mio percorso è “incontro”.
Ho incontrato occhi grandi e piccole manine, ho incontrato svariate figure professionali, ho incontrato maestri, colleghi, amici.
Non che sia sempre stato facile, o bello o divertente. Affatto. È stata dura, a volte durissima, ho pensato più volte di mollare per darmi a scarpe e vestiti. Ho pianto, mi sono arrabbiata, mi sono sentita delusa e amareggiata, sconfitta e vincente allo stesso tempo. Ho imparato a credere in me stessa vedendo gli altri farlo per me, ho voluto bene tanto da provare dolore, ho iniziato a far sentire la mia voce, a fare rumore, forse anche troppo. A volte penso pure di aver dato un po’ di fastidio.
Sono stata anche responsabile di cassa, io, che conto ancora con le dita.
È stato un viaggio in salita, ricco e pieno.
Di persone soprattutto, alcune delle quali sono diventate colonne portanti, altre sono state delle meteore che hanno lasciato una scia per molto tempo.
Colleghi/e che sono diventati amici/amiche con cui condividere vacanze, segreti, intuizioni, cibo, gioie, dolori e stretti abbracci.
Ho imparato, mi sono affidata, messa in discussione, mi sono lasciata guidare, sono stata allieva e per qualcuno pure guida, per esempio su come abbinare agghindaglie e accessori.
Mi sono formata, come educatrice e come persona e a fare un bilancio direi che il risultato non è poi così male!
Il mio curriculum si è riempito e non do più del “lei” anche se poi, al servizio civile ci sono tornata.
Non lo so come andrà ma so che quel che è stato resterà.
Come le foto, le canzoni, le lettere, le notti in bianco e le giornate al mare.
Come quel volantino, in mezzo a tanti, che ho scelto e che di nuovo sceglierei.

Eredità

Oggi leggevo un bellissimo scritto di un mio collega sul tema della riconoscenza e come un tuffo nel passato ho ripensato al giorno del mio colloquio in Arti… La mattina mia madre che mi dice di vestirmi più elegante ed io le risponde che penso non facciano caso a queste cose… Immaginando già uno ‘spessore’ che vada oltre le apparenze… Ricordo la tensione e il primo passo dentro un grande ufficio.. Capelli neri arruffati con una mano che di continuo scioglie riccioli e la dolcezza del sorriso. Ricordo la capacità di farmi sentire tranquilla e la sensazione, uscita dall’ufficio, di aver vissuto un bel momento a prescindere dall’esito del colloquio.
Nei miei 12 anni qui mi ritrovo a portarmi dentro volti e parole di persone che hanno piano piano toccato e  scalfito le mie impalcature e le mie insicurezze… Occhi dolci e profondi come ‘gemme’ di chi è stata in grado di accompagnarmi  quando sentivo di non fare bene… Mani tremanti di ragazzini che cercavano la stazione radio per trovare la colonna sonora giusta, in grado di accompagnare i nostri momenti insieme… Mani di genitori cariche di verdure da regalarmi come segno di gratitudine per il lavoro fatto… Amicizie nate e divenute nel tempo radici… E poi di nuovo quei capelli ricci e folti che hanno saputo accompagnarmi con tatto e dolcezza nel mio nuovo ruolo, sapendo stare sui miei errori e facendomi sentire tranquilla e in grado di affrontarli.

Una carezza univoca

La busta paga recita così: 18 anni. Sto compiendo la maggiore età in questa organizzazione.

Lo stralcio del primo incontro con chi l’ha pensata ed amata è di un tempo che va anche oltre.

Ricordo il colloquio di lavoro al Cag Odissea di Paullo.

Le scale a salire, luce di maggio o di un mese che gli somiglia. La barba lunga ed i capelli alle spalle di Paolo. Allora ero ragazza e studiavo all’Università. Avevo già esperienza di vita in comunità, accolta dai Martinitt con borsa di studio, proveniente dai monti che per me in quel periodo erano calda nostalgia. Lì ho assaggiato il fuoco del mio lavoro, l’istinto, la potenza ed il potenziale. Poi sono passata alla prima accoglienza in Comunità Fanciullezza a Lodi. E  ho tastato amarezza, impotenza e confusione.

Mi affacciavo stanca al colloquio con Paolo, desiderosa di cambiare ma avvolta da una patina di stallo lavorativo, di domande a cui non sapevo più rispondere. Inutile dire che si è parlato a lungo e soprattutto di idee ed ideali. Uscita di lì mi sentivo come svuotata e più lucida.

Trascorso molto tempo fui richiamata. Si stava costituendo un’equipe ex novo per fondare una Comunità educativa per adolescenti. Una sfida, un luogo ed un’idea da costruire ed abitare, ognuno col proprio bagaglio, con la propria forza, con le proprie caratteristiche. Ricordo fisicamente i primi giorni: ho il ricordo del bianco delle pareti, ancora della luce radente che entrava dai finestroni, di nuovo scale, oggetti da sistemare, riunioni e volti. Con il salvifico meccanismo che mi ha aiutata in tutti questi anni, la rimozione, insieme ad episodi davvero paurosi ho rimosso anche, spugna imprecisa, ricordi che poi, nel tempo, mi faccio raccontare. Rimango ogni volta sorpresa di sentire di aver fatto parte di avvenimenti e viverli semplicemente come un’esterna.

Ho conosciuto i volti e l’anima nel profondo di chi ha lavorato con me quella prima volta. Ci siamo legate di un affetto ed una competenza che acquisivamo soprattutto sul campo che son rimasti indissolubili, come le amicizie che entrano da bambina e non ti lasciano più. Ci siamo toccate per contenere la rabbia feroce di chi abbiamo accolto, ancora con ferite aperte, con l’illusione di un luogo sicuro che li liberasse dai loro fantasmi. Abbiamo pianto, gridato, ci siamo fatte male, abbiamo nuotato, visto tramonti, confidato vite ed amori, ci siamo sposate ed abbiamo ballato fino all’alba ai matrimoni di tutte. Abbiamo passato il fuoco ad altre, abbiamo trasmesso competenza e gioia. Abbiamo creduto che fosse possibile riparare il danno, ed al contempo ci siamo curate.

Tutte tranne una. Una di noi non siamo riuscite a tenerla.

Francesca ve la posso raccontare soltanto con una fotografia. Corpo e volto di una bellezza disarmante. I capelli corvini arrivano a sfiorare l’argento al collo. Un ciuffo più corto si appoggia alla tempia, di lato. Nella mano sinistra brandisce la sigaretta ed aspira il fumo, con la cenere che rimane per un istante ancora incollata al bianco. La mano è sicura, ornata con cerchi regolari al dito. Lo sguardo rivolto altrove, segno di un pensiero appena teso ad andarsene via.

Francesca non ci sarà alla festa dei 25 anni della Cooperativa. Eppure per molti di noi Francesca è e rimane un pensiero comune, una carezza univoca, una risata metallica che fa ancora parte della nostra storia. Volevo ricordarcelo.

Stefi.

Un pensier ribelle in cor

Volevo raccontare di come è iniziato il mio percorso insieme alla libera compagnia, perchè nel raccontare la premessa, si può intuire chiaramente come arti e mestieri sia “un luogo” da salvaguardare e proteggere e dove salvaguardia e protezione debbono per forza passare dalla sperimentazione e dalla creatività.

Mi hanno detto che farò un colloquio con Andrea Marchesi, per capire come poter essere impiegato in coop, questo so quando una mattina primaverile del 2006 mi presento in via Labriola.

Va da sè che arrivando dalla provincia e avendo un curriculum lavorativo, che parla di carrozzerie, magazzini di frutta, fabbriche di tubi di plastica, addirittura acciaierie, inquadrare e farmi il pensiero di cosa significhi “capire come poter essere impiegato” non è del tutto scontata come informazione.

Infatti, fin dal primo dei tre colloqui(dedicatomi dalla cooperativa per capire il mio “posto”) rimango piuttosto spiazzato da quel folletto di Andrea, che con fare birichino e curioso, mi chiede in maniera semplice e diretta, quali penso che siano le mie competenze e i miei limiti rispetto al lavoro svolto negli anni precedenti al CBM, nella comunità di pronto intervento 24h. Io rimango ancora di più, spiazzato intendo, quando di fronte alla mia confusione, mi dice “guarda facciamo una cosa, rivediamoci tra un paio di settimane e nel frattempo ti prepari una bella lista di cose che hai fatto, che ti sarebbe piaciuto fare o che non avresti voluto fare”.

Uscii dagli uffici, convinto che oramai fossi spacciato…io a lavoro ad arti e mestieri, non ci sarei mai andato.

Bè ovviamente il risultato fu ben diverso, due anni di totale libertà di pensiero, di totale libertà creativa nella progettazione e cosa ancora più preziosa nella realizzazione. Due anni passati tra C.A.G Odissea, educativa di strada, ottimizzazione del consumo e riduzione del danno, laboratori di educazione alle emozioni, incontrando a più riprese P.A.R.A.D.A e il teatro dell’oppresso e relazionandomi con i “colleghi di lavoro” più interessanti ed eterogenei della mia vita.

Sono passati 11 anni da quando non faccio più parte della famiglia, ma in questi 11 anni non è passato un solo giorno senza che gli “strumenti” acquisiti non mi abbiano accompagnato e soccorso nei più disparati e disperati momenti. Sono passati 11 anni, io ero arrivato subito dopo i festeggiamenti per i dieci…..siamo ai 25.

Immaginarmi di come siete andati avanti può farmi solo bene, immaginarmi a quante persone (lavoratori e utenti) avete trasmesso consapevolezza, conoscenza e sostegno può fare, a noi tutti, solo aumentare il livello di speranza, quella speranza tanto bistrattata e tanto “persa” nell’attualità.

Solo per questo meritiamo di festeggiare tutti insieme i 25 anni, sapere che poi i motivi plausibili  siano altri 1000…beh allora, per rispetto ed educazione bisogna arrivare preparati.

Ognuno ovviamente saprà come prepararsi….io per la cronaca, arriverò come sempre con la mia copia della rivista “A” sotto braccio e “un pensier ribelle in cor”.

Gianluca

Come a casa

Ieri rincasavo in auto dalla giornata di lavoro e ascoltavo Kesten e Alone che mi facevano morire dal ridere su Radio Pop. Ero pronta a spogliarmi della stanchezza del carico settimanale e ricaricarmi per il week end e la cena a casa di amici che mi attendeva di lì a poco.

Non so quale possa essere stato l’aggancio (che forse sarebbe meglio dire link visto che siamo su un blog!), ma ho pensato che ormai fra meno di un mese Arti & Mestieri Sociali festeggia i suoi 25 anni e io, che sono arrivata qui solo da qualche anno, lavoro per la maggior parte del mio tempo settimanale nel primo Comune in cui la cooperativa ha aperto le danze, proprio nel 1994.

“Sarà anche per questo che mi sento come a casa in Arti e mi pare di esserci da una vita!”, ho pensato.

Oggi mi è venuta voglia di condividere questo pensiero leggero. Leggero per la semplicità di cui è fatto, leggero per il momento in cui è nato, ma leggero anche per la splendida sensazione di leggerezza proprio che si genera quando si ha la fortuna di fare un lavoro che piace tanto, in un’Organizzazione in cui appartenere fa rima con star bene, sentirsi incisivi e liberi, interdipendenti e capaci.

In queste settimane sento soci veterani della cooperativa che non vedono l’ora di rivedere colleghi che poi, nel tempo, hanno preso strade diverse e verranno a festeggiare il 25esimo anno.

Io invece ho voglia di conoscerli, di incontrare chi ha trascorso parte della sua vita qui ed è voluto tornare per condividere qualcosa per cui, a distanza di tempo, vale ancora la pena far festa!

#13aprile2019
#LiberArti

Manuela Fedeli

L’immaginazione genera futuri possibili

Di ritorno da Padova, da due giornate ad alta intensità, all’appuntamento nazionale per operatori sociali che lavorano con adolescenti e giovani promosso da Animazione Sociale, intitolato l’immaginazione energia che genera futuro.

Se solo 5 anni fa qualcuno mi avesse detto che mi sarei trovato ad introdurre un convegno sull’immaginazione e il lavoro sociale con i giovani, gli avrei dato del pazzo.

Ma se avesse aggiunto che a quel convegno avrebbero partecipato più di 20 operatori della Libera Compagnia di Arti e mestieri sociali…lo avrei cacciato….

Eppure è successo.

A volte la memoria dei futuri possibili trova spazio nelle traiettorie impercettibili dei nostri percorsi, ci fa riscoprire le nostre radici e forse scorgere le ali che sostengo il nostro lavoro

Difficilmente avrei potuto immaginare un modo migliore per iniziare a festeggiare questi venticinque anni di Libera Compagnia.

Insieme a chi non ha mai smesso di lavorare con adolescenti e giovani per innovare il modo di offrire possibilità di crescita, per promuovere il diritto a sentirsi cittadini e soggetti in grado di non perdere il proprio appuntamento con il mondo.

Insieme a chi è all’inizio della propria carriera come educatrice e operatore sociale e insieme a chi, da pochi giorni ha iniziato a prendere parte alla nostra compagnia.

Lo slogan del nostro compleanno è “da 25 anni generiamo legami sociali” e a Padova un grande poeta contemporaneo, Alessandro Bergonzoni ci ha invitato proprio a perseguirlo “fare nesso, più spesso, ovunque, comunque, in qualsiasi posizione….”. Perché solo facendo nesso, si possono generare opportunità.

A.M.

L’arte di costruire il tempio

Già dall’ingresso si respirava un’aria diversa, la soglia demarcava un passaggio.

Lo scalone, il soppalco a ringhiera, le travi di ferro azzurre su un soffitto altissimo di legno, centinaia di locandine di concerti, suggestioni musicali in ogni dove, il palco, i murales di Dylan Dog e Jim Morrison.

Sul terrazzo due canestri, i tavolini, le sedie e le piante.

Una ludoteca con una sezione di antichi giochi in legno fatti fare da un artigiano di montagna.

Paolo, Barbara e Marco non hanno aperto un Centro di Aggregazione Giovanile, hanno creato un ecosistema.

L’Odissea era nella città, per la città con la città, era vivo, era vita. Poche e chiare regole, il rispetto sopra ogni altra cosa, interpretato innanzitutto dagli educatori. Ho avuto l’ occasione di crescere professionalmente dentro questo contesto e se oggi sono l’educatrice che sono lo devo in gran parte all’aver incontrato sul mio cammino la Libera Compagnia di Ari e Mestieri Sociali, che già dal  nome mantiene la promessa di un lavoro fatto a regola d’arte, con compagni, nel sociale. Liberamente.

*Grazie*

Annalisa

Arrivi e partenze. 

25 anni di storia di un’organizzazione significa centinaia di volti, di incontri, di ingressi e di uscite, arrivi e partenze, parlando solo di operatrici ed operatori. Io ci sono dall’inizio, non me ne sono mai andato anche se sono stato sul punto di farlo – e magari lo racconterò – e ho provato il piacere di accogliere e la fatica di salutare tante persone. C’è chi c’è stato proprio all’inizio a fare i primi passi per poi prendere dopo poco tempo un’altra strada. Chi è arrivato ad un certo punto e non se ne è più andato. C’è chi è tornato e chi forse magari un giorno tornerà.   Chi è andato via perché ha fatto altre scelte di lavoro e di vita.  Chi la vita l’ha portata proprio via. Chi è appena arrivato e forse si sta chiedendo se vale la pena restarci. Chi ha atteso questo venticinquesimo per farne davvero parte.

Sarebbe bello leggere qualche storia, il racconto di qualche arrivo ma anche di qualche partenza. Le prime impressioni dell’incontro con la libera compagnia o le ultime di chi ha salutato; il momento nel quale ti sei reso conto di volere essere parte di questa impresa collettiva; un ricordo del pezzo di strada fatta insieme.

Che ne dite ? La raccontiamo anche così questa storia ?

A.M.