Una carezza univoca

La busta paga recita così: 18 anni. Sto compiendo la maggiore età in questa organizzazione.

Lo stralcio del primo incontro con chi l’ha pensata ed amata è di un tempo che va anche oltre.

Ricordo il colloquio di lavoro al Cag Odissea di Paullo.

Le scale a salire, luce di maggio o di un mese che gli somiglia. La barba lunga ed i capelli alle spalle di Paolo. Allora ero ragazza e studiavo all’Università. Avevo già esperienza di vita in comunità, accolta dai Martinitt con borsa di studio, proveniente dai monti che per me in quel periodo erano calda nostalgia. Lì ho assaggiato il fuoco del mio lavoro, l’istinto, la potenza ed il potenziale. Poi sono passata alla prima accoglienza in Comunità Fanciullezza a Lodi. E  ho tastato amarezza, impotenza e confusione.

Mi affacciavo stanca al colloquio con Paolo, desiderosa di cambiare ma avvolta da una patina di stallo lavorativo, di domande a cui non sapevo più rispondere. Inutile dire che si è parlato a lungo e soprattutto di idee ed ideali. Uscita di lì mi sentivo come svuotata e più lucida.

Trascorso molto tempo fui richiamata. Si stava costituendo un’equipe ex novo per fondare una Comunità educativa per adolescenti. Una sfida, un luogo ed un’idea da costruire ed abitare, ognuno col proprio bagaglio, con la propria forza, con le proprie caratteristiche. Ricordo fisicamente i primi giorni: ho il ricordo del bianco delle pareti, ancora della luce radente che entrava dai finestroni, di nuovo scale, oggetti da sistemare, riunioni e volti. Con il salvifico meccanismo che mi ha aiutata in tutti questi anni, la rimozione, insieme ad episodi davvero paurosi ho rimosso anche, spugna imprecisa, ricordi che poi, nel tempo, mi faccio raccontare. Rimango ogni volta sorpresa di sentire di aver fatto parte di avvenimenti e viverli semplicemente come un’esterna.

Ho conosciuto i volti e l’anima nel profondo di chi ha lavorato con me quella prima volta. Ci siamo legate di un affetto ed una competenza che acquisivamo soprattutto sul campo che son rimasti indissolubili, come le amicizie che entrano da bambina e non ti lasciano più. Ci siamo toccate per contenere la rabbia feroce di chi abbiamo accolto, ancora con ferite aperte, con l’illusione di un luogo sicuro che li liberasse dai loro fantasmi. Abbiamo pianto, gridato, ci siamo fatte male, abbiamo nuotato, visto tramonti, confidato vite ed amori, ci siamo sposate ed abbiamo ballato fino all’alba ai matrimoni di tutte. Abbiamo passato il fuoco ad altre, abbiamo trasmesso competenza e gioia. Abbiamo creduto che fosse possibile riparare il danno, ed al contempo ci siamo curate.

Tutte tranne una. Una di noi non siamo riuscite a tenerla.

Francesca ve la posso raccontare soltanto con una fotografia. Corpo e volto di una bellezza disarmante. I capelli corvini arrivano a sfiorare l’argento al collo. Un ciuffo più corto si appoggia alla tempia, di lato. Nella mano sinistra brandisce la sigaretta ed aspira il fumo, con la cenere che rimane per un istante ancora incollata al bianco. La mano è sicura, ornata con cerchi regolari al dito. Lo sguardo rivolto altrove, segno di un pensiero appena teso ad andarsene via.

Francesca non ci sarà alla festa dei 25 anni della Cooperativa. Eppure per molti di noi Francesca è e rimane un pensiero comune, una carezza univoca, una risata metallica che fa ancora parte della nostra storia. Volevo ricordarcelo.

Stefi.

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